Sulle opere di Peter Östlund
Quando l’autorità e il fascino dell’immagine giungono al loro estremo limite di crisi, il vero maestro della fotografia non può che tornare istintivamente sui propri passi, lungo il sentiero che conduce alle origini. All’effetto della camera obscura e alla sua scoperta.
Lì, dove il più sottile raggio di luce trovava un varco tanto esiguo da costringere tutte le componenti paradossali della luce a riorganizzarsi, come nel primo incontro dell’inizio con lo sguardo attonito dell’uomo. In quel processo incontaminato che fece dell’esperienza visiva umana un invito alla luce e al significato.
La fiducia e l’attrazione del fotografo esperto verso gli elementi più intimi dell’immagine diventano allora un’altra prospettiva per l’eterno ritorno dell’uomo alla consapevolezza della propria esistenza.
Qualunque cosa abiti queste lastre pulsanti di Peter Östlund — tra gli ultimi mattoni costitutivi della luce — non dà vita a collage in alcun senso, se non in quello delle costruzioni uniche di tutte le immagini: le forme originarie, impossibili da penetrare. Impossibili da velare con la menzogna.
Martin Goldbeck-Löwe
Regista e curatore
