Il sale come Paese e coordinate invisibili
La pittura di Ian Mont si afferma nella frizione tra piacere e spossessamento, in una materialità brutale che contamina olio e acrilico con vernici industriali su juta, lino grezzo e tela pesante. Non vi è ornamento né alibi retorico: è il supporto a prendere il comando. L’intreccio ruvido della juta e l’irregolarità del lino rifiutano la levigatezza, costringendo il colore a negoziare con la fibra, facendo sì che il pigmento assorba, trapeli, si rompa e si sollevi. Questa resistenza del tessile diventa il punto di partenza di una poetica che legge il Mediterraneo dalle sue origini insulari, non solo dai margini ma nella sua piena ampiezza — dalla precarietà della migrazione alla bellezza e alla magia in cui nasce il mito — là dove si cresce reinventando la storia e sottoponendola a interrogazione.
Mont opera come un cartografo della superficie e della profondità. Attraverso le pieghe e le tensioni del supporto egli ordina campi cromatici in conflitto — blu salmastri, ossidi, bianchi gessosi — alternando colature controllate a raschiature e levigature che lasciano parlare l’ordito. Le vernici industriali, gli smalti e gli strati densi e privi di sentimentalismo introducono una chiarezza brutale. Si asciugano in fretta, sigillano, coprono, interrompono la memoria del gesto e trascinano la pittura verso la segnaletica, l’infrastruttura, l’economia materiale del porto, pur alludendo agli interni di lusso che rivestono un vuoto spesso osceno. Dove lo smalto impone il suo dominio, la juta e il lino grezzo rispondono con la loro porosità. Il risultato è un equilibrio teso tra sigillatura e respiro.
Le composizioni rifiutano l’aneddoto. Non raffigurano scene: mettono in scena stati, depositi, tagli, zone di silenzio, margini migranti. La pittura si costruisce a strati che non cercano l’illusione ma una lettura differita. L’occhio entra attraverso il colore, indugia nella frizione tattile e, nella persistenza della fibra, riconosce la traccia delle infrastrutture, delle economie e dei circuiti di consumo che sorreggono il visibile. Qui la lucentezza non cela: denuncia. Ogni superficie agisce come un piccolo regime che decide cosa coprire, cosa ammettere, cosa esporre della violenza discreta del lusso.
Senza nostalgia per l’artigianato né cinismo decorativo, Mont trova nella feconda povertà della juta e nella grana indocile del lino un luogo in cui pensare la pittura come critica dell’immagine. Interroga i simboli e colpisce il potere con ogni pennellata, rendendo evidente che ogni opera è un grido e una rivelazione di tensioni troppo spesso invisibili. Questi dipinti non promettono consolazione. Offrono un caos controllato che avvolge e provoca lo spettatore. In quel caos, il tessuto dissidente mette radici, gli smalti sfuggono al controllo e il colore si stacca dal supporto per fuggire il silenzio e lasciare un segno necessario in quest’epoca di globalizzazione, mondi digitali e artifici tecnologici.
Rufo Caballero
Critico e curatore
