Paga per toccare questo dipinto
Quando osserviamo un dipinto, esso rappresenta innanzitutto un fatto visivo e la prova dell’azione di qualcuno – della sua capacità di rappresentare e visualizzare il mondo noto e ignoto. Questo mondo non è composto soltanto da forme prese in prestito dalla natura o modellate a sua somiglianza; può anche essere un registro visivo dei processi mentali dell’uomo e del suo pensiero. Le tele esposte da Ana Petrović appartengono a quest’ultima categoria. Fin dal primo sguardo si nota che su di esse è scritto qualcosa. Il testo, a tutti gli effetti, assume un ruolo pari a quello del colore e della forma nella composizione.
Che cosa scrive Petrović? “Luxury”, “Painting”, “Pay to touch this painting”, “Pay”, “Pure”, … Visualizza parole per far sì che l’osservatore percepisca i suoi dipinti come qualcosa di più di semplici oggetti belli (artistici), inducendolo a interrogarsi su ciò che vi è “dentro” e su come agire. Le sue iscrizioni possono essere vissute come imperativi silenziosi che commentano il mondo del dipinto, quello dell’arte visiva, dell’arte in generale, ma anche la sfera commerciale. Ironizza l’atteggiamento abituale dell’osservatore verso un dipinto, ma anche il dipinto stesso e la sua tradizione consolidata come oggetto di lusso di proprietà dell’artista o dell’acquirente.
Se la cultura, e dunque l’arte, è una sovrastruttura della natura umana e dell’umanità, allora il consumo d’arte e il possesso di opere dovrebbero costituire un segno inequivocabile della sofisticazione intellettuale del proprietario. La realtà, tuttavia, dimostra che ciò spesso non accade. Petrović ne è consapevole, e sceglie di giocare con l’arte visiva e la pittura attraverso la lente della domanda e dell’offerta. Grazie a colori intensi e immediatamente attrattivi, un dipinto orchestrato da Ana Petrović diventa un oggetto desiderabile, pronto a entrare nelle dinamiche commerciali e per il quale, naturalmente, occorre pagare – anche solo per toccarlo. Accanto alle opere dominate da linee parallele in vari colori, vi sono dipinti “dorati”, la cui stessa cromia ne dichiara la natura lussuosa. Ci chiediamo: se toccare i dipinti in mostra è generalmente sconsigliato (e spesso proibito) nei musei e nelle gallerie, perché Petrović ci invita a toccarli, purché paghiamo per farlo?
La pratica di Petrović non è incentrata esclusivamente sulla pittura; l’artista utilizza infatti una grande varietà di media. In questo caso, impiega la pittura per porre l’osservatore medio di fronte a un dato che spesso dimentichiamo: molte persone, quando circoscrivono semanticamente il concetto di “opera d’arte” nel proprio vocabolario quotidiano, non vanno oltre le sottocategorie di pittura, scultura, disegno, incisione, fotografia… Installazioni, video, performance e altre modalità “più vive” di presentazione vengono ignorate, non discusse o interpretate negativamente per screditarle come opere d’arte. Consapevole di ciò, Petrović sceglie un dipinto di lusso per il quale si deve pagare un prezzo giusto e puro, anche solo per sfiorarlo con lo sguardo (“pay to touch this painting”).
Le sue iscrizioni sceneggiate ci conducono a una pittura in cui tutto inizia e finisce con un’idea. La pittura diventa qui un mezzo in senso letterale, un condotto delle idee dell’autrice tramite imperativi testuali-visivi o visivi-testuali. La base concettuale del suo lavoro ci invita ad accogliere pienamente sia la componente concettuale sia quella visiva, poiché il visivo non limita il concettuale, né il concettuale soffoca il visivo. Al contrario, in questa simbiosi la sua opera raggiunge il massimo slancio.
Igor Loinjak
Critico
